Gli occhi. Sono stati gli occhi a colpirmi durante quella che più che un’intervista è stata una chiacchierata tra donne. Occhi buoni e dolci, ma tristi. Occhi di una donna che conosce il vero dolore.

Una donna forte, ma fragile allo stesso tempo. Una donna “vittima di femminicidio”. Sì, perché anche se non è stata lei a morire, la parte più importante di lei non c’è più, se n’è andata. “Lui mi ha punito nel modo più atroce, lasciandomi in vita”, ti dice guardandoti con i suoi occhi profondi.

Stiamo parlando di Giovanna Zizzo, madre della piccola Laura Russo, uccisa il 22 agosto 2014 dal padre Roberto Russo. Sì, proprio il papà, colui che avrebbe dovuto proteggere la sua bambina.

E invece….

Sonialafarinanews.it apre la nuova rubrica DONNE con una lunga ed intensa intervista con Giovanna Zizzo, in ricordo della piccola Lauretta.

Giovanna, raccontiamo la tua storia, la storia di tua figlia Laura. Partiamo proprio dall’inizio.

«Io avevo chiesto semplicemente una piccola pausa da quel matrimonio che lui stesso aveva distrutto… Proprio le bambine avevano scoperto, tramite Facebook, una relazione del padre con un’amica, che durava da oltre 7 anni. Una delusione fortissima per me, perché pensavo che il mio matrimonio fosse perfetto. Tutto inizia il 21 agosto 2014. Ci eravamo trasferiti, come ogni  anno, in campagna dai miei genitori. Giorno 21, lui viene a prendere i bambini, portandoli giù in paese, perché vuole trascorrere una giornata con loro. Io rimango dai miei genitori. Trascorrono la giornata insieme, la sera li porta a cena fuori e dopo al parco giochi (cosa che non aveva mai fatto). Tornano a casa, mette le bambine a letto con lui (altra cosa che non aveva mai fatto), si guardano un film, si danno la buonanotte, ci diamo la buonanotte. Tutto in modo tranquillo. Poi alle 6 del mattino succede quello che è successo. Mio padre viene chiamato da un vicino di casa che gli dice di scendere perché è accaduto qualcosa a casa. Io chiamo i miei figli, ma non mi rispondono. Dopo un po’ mi risponde Emanuele, il più piccolo, e mi dice “mamma scendi subito perché papà ha fatto una cavolata”. Scendo in pochi minuti con la macchina, penso di tutto, ma non di trovare quello che ho trovato. Arrivata lì non riesco neanche a posteggiare, vedo da lontano tantissima confusione,  tantissime sirene. Lascio la macchina e inizio a correre a piedi. Incontro i miei fratelli e i carabinieri  che non mi fanno salire. Non riesco a capire cosa sia successo, chiedo e nessuno risponde, nessuno parla. Vedo gli operatori del 118 che scendono le scale con lui. Allora chiedo a lui cosa è successo… Ricordo che il comandante dei carabinieri mi dice “signora lasci perdere lui, pensi ai suoi figli”. E finalmente mi fanno salire. Ricordo quella scena incredibile, vedo tracce di sangue, impronte insanguinate sui muri (poi ho scoperto essere della manina di Marika che cercava aiuto fuori).  Non mi fanno entrare dentro casa, aspetto davanti la porta. Vedo affacciarsi i miei due figli maschi, Marika è già andata via in ambulanza, ma mi assicurano che sta bene. Dopo un po’ vedo uscire la mia Laura… è intubata, tutta bianca, voglio abbracciarla, ma non me lo permettono. Le dico solo “Laura apri gli occhi… cos’è successo…”».

In seguito all’omicidio di Laura, con sentenza del novembre 2018, la Corte d’Assise d’Appello ha disposto la condanna di Roberto Russo all’ergastolo. Adesso si attende il giudizio della Corte di Cassazione. Proprio tra pochi giorni. Che cosa ti aspetti?

«Intanto devo dire grazie perché Laura, fino ad oggi, ha avuto giustizia. Lui è stato condannato all’ergastolo. Abbiamo avuto al primo grado un pm eccezionale, la dottoressa Santonocito, che non smetterò mai di ringraziare, perché ha dato voce a Laura in tutti i modi. In secondo grado è stato riconfermato l’ergastolo. Adesso aspettiamo la Cassazione, il 18 luglio, sperando che venga riconfermato. L’unica cosa che mi fa sempre riflettere è il fatto che lui non abbia mai mostrato un segno di pentimento, neanche quando ha visto Marika alle udienze. Lui non ha mai chiesto perdono».

Roberto Russo non ha mai chiesto perdono. Spesso, in queste storie drammatiche, ci si domanda: “come ho fatto a non capire che persona avevo accanto?”. Ti sei posta anche tu questa domanda? Com’era Roberto in passato?

«Io dico sempre che accanto a noi avevamo un mostro e non ce ne siamo accorti. Nella seconda sentenza, oltre la premeditazione gli è stata attribuita anche la preordinazione. Lui ha calcolato tutto nei minimi particolari. Ha cercato i coltelli che erano nascosti, ha lasciato il bigliettino, ha voluto addirittura che le bambine si facessero un selfie con lui e che Marika lo pubblicasse con le parole che le ha detto lui. Ha pianificato tutto fino alle 3 di notte, fino a quando ha detto a mio figlio Emanuele, che non capiva perché il padre fosse ancora sveglio, “vai a letto che domani mattina vedrai”. Lo conoscevo da quando io avevo 13 anni e lui 16. Siamo cresciuti insieme. Non mi aspettavo potesse fare qualcosa del genere. Magari mi sarei aspettata che facesse del male a me, ma non alle bambine. Invece è stato molto più vigliacco, perché ha deciso di punirmi in un modo ancora più atroce, quello di lasciarmi in vita».

Giovanna, com’era la tua piccola Laura?

«Era una bellissima bambina e una ragazzina ancora undicenne piena di vita, con tantissimi sogni. A scuola la chiamavano la “peperina”. Lei chiamava i maschietti della sua classe “maschiacci”. Tornava da scuola e diceva “mamma ho un gran mal di testa, quei maschiacci oggi si sono portati la testa!”. Era una bambina dolcissima ed era un po’ la paladina della sua classe. Come compagno di banco aveva un ragazzino autistico e se ne prendeva cura. Se vedeva che qualcuno iniziava a fare il bulletto, lei si prendeva la questione senza aver paura di nessuno. Anche con le insegnanti, se una maestra la riprendeva, ma lei aveva ragione, non ci rimaneva indietro. Così era purtroppo anche col padre. E lui questa cosa non la digeriva. Aveva un carattere forte, era molto determinata. Voleva fare la veterinaria perché amava tantissimo gli animali. Gli piacevano in particolare i cavalli, voleva fare la cavallerizza. Questa era la mia Laura».

Com’è oggi la tua vita?

«Oggi la mia vita non è più una vita, è una sopravvivenza.  Quando ti succede una cosa simile ti cambia tutto, il dolore è così forte che ti toglie il respiro. Tra poco saranno 5 anni e ancora dopo 5 anni non me ne rendo conto. Quando c’è stata la prima sentenza, c’era Vera Squatrito (mamma di Giordana Di Stefano, vittima di femminicidio) con me e mi ha detto “Giovanna ce l’hai fatta”. Io in quel attimo ho sentito un vuoto ancora più grande e le ho detto “sì ce l’ho fatta, ma Laura dov’è?”. Tu stai aggrappata a qualcosa, come se ti dovesse tornare quel qualcosa che ti manca, lotti tutti i giorni, con determinazione, come se ti dovesse tornare qualcosa, ma poi ti rendi conto che non ti torna più nulla. E questo ti fa male. Io non posso pensare che non la vedrò più, io devo pensare che mia figlia la vedrò nuovamente. Una madre mette al mondo la propria creatura, la cresce con tanti sacrifici e poi le viene strappata così. In quel modo atroce. Non si può sopravvivere alla morte di una figlia, è contro natura. Io penso che una madre, quando un figlio viene a mancare per un incidente o per una malattia, forse un minimo di rassegnazione la trova. Ma il sapere che mia figlia è morta per dare un castigo a me, perché lui dichiara questo, è un peso enorme che mi porto. Anche se i miei figli mi dicono sempre che non ho alcuna colpa. E poi se mi soffermo a pensare a quegli attimi, a ciò che ha vissuto lei in quei momenti, quando è stata colpita la prima volta, la seconda volta, quando ha visto che era il padre che la colpiva. Quando penso a quello che hanno visto i miei figli… Marika mi racconta che Laura è riuscita a fare un urlo forte, svegliandola, e che ha chiamato proprio il papà. Ma lui ha continuato a colpirla, ha finito con Laura e ha cominciato con Marika. Un mostro. Io penso “come fanno questi ragazzi ad andare avanti?” Io prendo la forza dalla loro forza. Penso a loro: ho accanto ancora 3 figli, tra cui una ragazza che è sopravvissuta. Loro hanno bisogno della loro mamma».

Il tuo ex marito, infatti, oltre ad aver ucciso Laura, ha ferito gravemente l’altra vostra figlia, Marika. Ti senti di parlare di lei?

«Marika è una ragazza bellissima di quasi 19 anni. Quest’anno ha conseguito la maturità. Ha una forza incredibile. Io all’inizio ero troppo protettiva, avevo paura di qualsiasi cosa. Ma un giorno lei mi ha detto “mamma lasciami vivere perché io so cosa vuol dire morire”. Da quelle parole ho capito che la dovevo lasciare vivere veramente. È una piccola donna adesso, che dà coraggio agli altri, aiuta tantissimo i ragazzi della sua età. È eccezionale la mia Marika. E anche i miei figli maschi sono eccezionali».

Ci vuoi raccontare qualcosa di loro?

«Andrea si sente un po’ in colpa, perché non è riuscito a salvare la sorella. Lui era vicino al padre e non ha capito ciò che voleva fare. Si ricorda di aver tenuto la sorellina in braccio tutto il tempo e di aver implorato Dio di salvarla.

Emanuele è stato quello che ha pianto meno e che ha dentro molto rancore. Io ho ancora tanta paura per loro. Per questo lotto affinché quel mostro rimanga in carcere, lo Stato mi deve aiutare, perché ho 3 figli da proteggere. Non so quale potrebbe essere la loro reazione se un giorno lui dovesse uscire. All’epoca erano ragazzi ma oggi sono uomini. Se io oggi se vado nelle scuole, parlo con i ragazzi, lo faccio anche per i miei figli, per far capire loro che bisogna trasformare quel dolore in qualcosa di positivo. Un messaggio positivo per i ragazzi. Quello che dico sempre è che ognuno di noi ha il diritto di vivere la vita come vuole e nessuno può decidere della vita altrui».

Nel corso di questi anni hai conosciuto Vera Squatrito, mamma di Giordana Di Stefano vittima, anche lei, di femminicidio. Una bellissima amicizia la vostra. Ci racconti com’è nata?

«Il primo anno io mi stavo annientando, non riuscivo a stare lontana dalla lapide di Laura, andavo la mattina fino al pomeriggio. Un giorno uscendo dal cimitero, in macchina la radio ha dato la notizia di Giordana. Sono scoppiata in lacrime, per quella ragazza trucidata, ma anche per quella mamma. Ho sentito il bisogno di abbracciarla. Pensavo a lei che stava vivendo il mio stesso dolore. E allora ho chiamato un amico e gli ho chiesto di conoscere quella mamma, solo per un abbraccio. E così è stato. Ci siamo incontrate 20 giorni dopo la morte di Giordana, lei aveva già aperto la petizione per la pena certa, ci siamo affiancate e abbiamo fatto di tutto. Ancora siamo insieme e lottiamo tutti i giorni. Gridiamo tutti i giorni».

Insieme infatti avete intrapreso innumerevoli iniziative contro la violenza sulle donne. Quali possiamo ricordare e quali saranno le prossime?

«Abbiamo iniziato con la raccolta firme, poi con diversi eventi duranti i quali portiamo la nostra testimonianza. Nel 2016, in occasione del compleanno di Lauretta, ho chiesto al comune di Trecastagni di fare una fiaccolata. Loro me l’hanno accordata subito. Abbiamo fatto questa fiaccolata e ci hanno fatto una sorpresa: la prima panchina rossa dedicata a Laura e Giordana. Da lì è partita la campagna di sensibilizzazione: siamo state nelle scuole, in diversi comuni, abbiamo presenziato oltre 150 panchine rosse. L’ultima è stata fatta a Pordenone, dove abbiamo incontrato le mamme di due ragazze vittime di femminicidio. A settembre ricominceremo. Non ci possiamo fermare».

sonialafarinanews.it si unisce alla lotta contro il femminicidio, per dar voce a donne che, come te, hanno sofferto: cosa vuoi dire a chi è vittima di soprusi da parte degli uomini, ma spesso non ha il coraggio di ribellarsi?

«Il messaggio che voglio dare è quello di non avere paura. Oggi ci sono tantissime associazioni che aiutano le donne. Io non ho avuto nessuno accanto, nemmeno dopo e il dopo è fatto di silenzi. Oggi si grida molto, si parla tantissimo. A volte dico a Vera “forse è anche grazie a noi se oggi molte donne hanno preso coraggio”. Per me, la cosa più importante è sensibilizzare i giovani, perché il futuro parte da loro, perché questi ragazzi saranno gli uomini di domani. Io voglio sensibilizzare i ragazzi e lo farò nel nome di Laura, perché, finché io darò la voce a mia figlia, lei non muore. Laura è qua».