A prima vista traspare tutta la sua forza, la sua determinazione, la sua voglia di gridare. Una donna dall’impatto forte e deciso, forse dovuto anche al colore rosso del suoi capelli, che tanto ricordano la figlia.

Ma se poi ti soffermi a guardarla negli occhi, a parlare con lei, non puoi non scorgere la sua sensibilità, la sua dolcezza. E anche la grande sofferenza che si porta dentro. È la sofferenza di una mamma che ha perso la figlia nel modo più atroce. Una figlia uccisa da colui che diceva di amarla. Uccisa, senza pietà, con 48 coltellate.

Sonialafarinanews.it prosegue la nuova rubrica DONNE con una lunga ed intensa intervista con Vera Squatrito, in ricordo della bellissima Giordana Di Stefano, uccisa il 7 ottobre 2015 dall’uomo che amava, il padre della sua bambina.

Vera, raccontiamo la tua storia, la storia di tua figlia Giordana, partendo dalla notte del 7 ottobre 2015 in cui tutto ha avuto inizio. Cos’è accaduto quella terribile notte?

«Giordana era fidanzata con Luca Priolo dal 2010 e quella notte è stata la parte finale di anni di violenza che mia figlia ha subito. Giordana lo aveva già denunciato dopo 2 anni di fidanzamento per persecuzioni, violenza verbale e violenza psicologica. La violenza fisica, invece, l’ho scoperta al processo, dopo che l’ha uccisa. Giordana quella notte non rientra a casa, è in ritardo e io chiaramente comincio a chiamarla al cellulare. Non mi risponde e capisco che qualcosa non va. Esco di casa e inizio a cercarla. Non la trovo e allora mi reco a casa di Luca Priolo. Trovo sua madre, serena e tranquilla, e mi dice che suo figlio dormiva. Insisto per entrare, perché non le credo, e infatti suo figlio non c’era. Chiamo i carabinieri, perché sono certa che lui le ha fatto del male. Infatti… Quella notte mia figlia perde la vita in maniera disumana: 48 coltellate, 8 in viso e 40 sul corpo, date senza infliggere la morte, con la premeditazione di farla soffrire, con il gesto dello sfregio, con l’intenzione di annullare la sua identità».

Giordana è morta nel 2015, ma già nel 2013 infatti, aveva sporto querela contro il suo ex compagno per il reato di stalking. Com’era il rapporto tra tua figlia e il ragazzo? Che tipo di comportamento aveva quest’ultimo?

«Lui apparentemente sembrava un principe azzurro, un ragazzo perbene e di buona famiglia. Ma il tempo mi ha fatto capire che tipo di persona era. Priolo era un ragazzo che utilizzava spesso le parolacce contro mia figlia, la seguiva, la perseguitava. La chiamava continuamente, stava sempre ad osservare ciò che faceva. Addirittura, ho scoperto un app nel telefonino, che le aveva regalato per il compleanno, che serviva a controllare la vita di mia figlia. Una spia a tutti gli effetti. Quando è nata la bambina lui non la voleva, infatti quando mia figlia è rimasta incinta, lui le aveva imposto di abortire. E questo è stato il segnale che più mi ha fatto capire che persona fosse. Lui ha cambiato mia figlia. Nel modo di essere, nel modo di fare, nel modo di vestire. Giordana stava spesso a casa, si denigrava da sola, si diceva lei stessa che era una poco di buono, perché lui l’aveva convinta che lo fosse, perché a 16 anni aveva avuto una figlia. Lui è riuscito a farle credere che era una nullità. È stata una violenza psicologica devastante. Ma lei ne era troppo innamorata, sperava di cambiarlo. Ma certi uomini non cambiano. Una sera Giordana ha avuto davvero paura, perché lui è entrato di nascosto in casa. Ha avuto paura per la bambina. Da quel momento ha capito che era un ragazzo pericoloso. Ha sporto denuncia, ma, nei due anni successivi alla querela per stalking, non è accaduto nulla. La magistratura ha purtroppo sottovalutato quello che era il contenuto della denuncia. Oggi purtroppo si parla di violenza solo se è fisica, solo se è visibile. Quella invisibile, che è dentro l’anima della donna, spesso non viene riconosciuta. Questo provoca il femminicidio nel tempo: non sono solo le botte che portano al femminicidio, ma un insieme di violenze che spesso che non vengono riconosciute».

In seguito all’omicidio di Giordana, con sentenza del gennaio 2019, la Corte d’Assise d’Appello ha confermato la condanna di Luca Priolo alla pena di anni 30 di reclusione. Adesso si attende il giudizio della Corte di Cassazione. Che cosa ti aspetti?

«In primo grado è stato condannato a 30 anni, confermati in appello. Il 21 novembre si pronuncerà la Cassazione. Il processo per stalking continua, avevano tentato di chiuderlo. Io ho lottato tantissimo per farlo andare avanti, perché la denuncia per stalking è l’unica voce di mia figlia ed è giusto che venga ascoltata e valutata. Ed è giusto che venga condannato anche per stalking e per persecuzioni».

Vera, com’era la tua piccola Giordana?

«Giordana è sempre stata una ragazza molto gioiosa e sorridente. Anche nei periodi peggiori, lei rideva per mascherare, con questo suo modo di fare, il suo malessere. Lei amava moltissimo la vita e la danza. Amava tantissimo sua figlia, l’ha voluta con tutta se stessa, ha affrontato tutti i pregiudizi della gente. Aveva 15 anni, andava a scuola ed era incinta. Io e l’altra mia figlia Erika  abbiamo vissuto questa gravidanza in maniera meravigliosa, l’abbiamo supportata e sostenuta. Giordana era una ragazza sensibile, ma anche determinata, se aveva un obiettivo lo doveva raggiungere. Lei credeva molto nelle sue idee e cercava sempre di realizzarle».

Tua figlia ha lasciato una bambina che all’epoca dell’omicidio aveva 4 anni. Asia.

La piccola è figlia anche di Priolo, l’uomo che le ha tolto la figura materna. Come ha vissuto la bambina questi anni e come sta oggi?

«Purtroppo questi bambini, che sono invisibili allo Stato, soffrono moltissimo perché hanno subìto un trauma terribile. Asia ha vissuto la violenza del padre nei confronti della madre e, da un giorno all’altro, non ha visto più la sua mamma. La bambina ha vissuto il trauma della perdita, dell’abbandono, perché chiaramente a 4 anni non può elaborare la morte. Per lei è stato ed è ancora un periodo difficile. Questi bambini hanno tanto bisogno di sicurezza, di sostegno psicologico, perché si sentono diversi dagli altri. Anche l’approccio con la scuola è complicato, perché Asia non ha mamma e papà, mentre i suoi compagni sì. A lei è stato spiegato quello che è successo, ma lo ha elaborato da sola nel tempo. Circa un anno fa ha avuto la certezza di chi ha fatto del male a sua madre, è stata lei a chiedermelo e io l’ho confermato. Io non dico bugie ad Asia, perché per me è importante che lei sappia la verità e che si sappia difendere dall’assassino, da quel mostro di suo padre, quando un giorno uscirà dal carcere. Io vorrei fare di lei una donna forte, voglio che ami, che sappia amare nel modo pulito, che abbia fiducia negli uomini, quelli buoni, e che sappia riconoscere quelli cattivi».

Com’è oggi la tua vita? Qual è la missione della tua associazione “Io sono Giordana”?

«La mia vita ormai è cambiata. Sono cambiata io sia esternamente, che, soprattutto, intermente. La mancanza di mia figlia mi logora giornalmente. Cerco di superarla attraverso la mia missione, attraverso l’associazione “Io sono Giordana”, che ho fondato in nome di mia figlia. In questi 3 anni e mezzo, ho vissuto accanto a donne che subiscono violenza, accanto a mamme che hanno visto, come me, uccidere le figlie. E ho capito che, oggi, ancora non abbiamo i mezzi per salvare concretamente queste donne. La Regione dovrebbe attivare dei fondi per dare aiuto concreto alle donne vittime di violenza, per aiutarle ad uscire da quel contesto di violenza, perché a volte le donne non riescono ad andarsene perché non hanno un lavoro e una loro autonomia. Io sto lavorando tantissimo per avere questi fondi per le donne. E voglio lavorare anche sui fondi per i minori. L’associazione “Io sono Giordana” è stata ricevuta, insieme a Giovanna Zizzo, dal ministro Bonafede. Abbiamo parlato della legge per i minori, ma anche della legge sullo stalking: abbiamo chiesto di inserire le perizie sui maltrattanti prima che ammazzino e non dopo. Per valutare la pericolosità del soggetto e fino a che punto può arrivare la rabbia, perché non serve a nulla valutarla alla fine. Abbiamo parlato degli sconti carcerari: noi lottiamo contro una legge che garantisce tutto agli assassini ma nulla alle vittime. Dobbiamo combattere con gli sconti carcerari che mettono gli assassini in libertà con molta facilità. Questi sconti mancano di rispetto alla dignità della vittima e della famiglia. L’anno solare di un carcerato non è di 12 mesi ma di 9. Per noi sono 12 mesi. E inoltre, dopo 10 anni, hanno il diritto di chiedere la libertà anticipata. È assurdo. Si deve avere rispetto, per dare la possibilità a noi, a chi resta, di elaborare che queste persone ce le ritroveremo dietro le spalle. Persone che possono farci ancora del male».

Hai paura per Asia?

«Sì, ho paura per mia nipote, perché il processo mi ha dato la chiarezza di quanto lui sia pericoloso. Lui quella sera era armato di coltello e pistola. È una persona spietata e oggi più che mai sono convinta che la sua rabbia aumenterà ancora, sono convinta che farà ancora del male e ho paura per mia nipote, perché lei è il frutto di mia figlia Giordana che lui ha odiato, che lui ha ucciso. Ho paura che quando crescerà, lei non ne vorrà sapere di lui e lui le farà del male. Ma io non lo permetterò. Questa volta non lo permetterò. Se ho sbagliato con mia figlia (e questo è un peso che mi porto dentro, perché non sono riuscita a proteggerla, non sono riuscita a capire fino a che punto poteva arrivare), oggi non gli farò distruggere la vita di Asia».

Tu hai anche un’altra figlia, Erika. Era molto legata alla sorella. Come ha vissuto questi anni e come sta oggi?

«Ho un’altra figlia che ha bisogno di me, che ha bisogno di essere supportata nel suo percorso di vita doloroso. Erika non ha più una sorella, non ha più la sua Giordana con la quale condivideva tutto. I loro 4 anni di differenza ormai si erano annullati e la danza le aveva unite. Oggi si ritrova da sola. Eravamo tutte e tre molto unite, siamo cresciute insieme, noi tre. Oggi, noi due ci sosteniamo nel dolore, piangiamo e ridiamo insieme, nel ricordo Giordana. E così si sopravvive».

Nel corso di questi anni hai conosciuto Giovanna Zizzo, mamma di Laura Russo vittima, anche lei, di femminicidio.

Una bellissima amicizia la vostra. Ci racconti com’è nata?

«È nata poco dopo la morte di Giordana. Lei mi ha voluto incontrare e abbracciare ed è stato un momento importante, perché è stata la consapevolezza di non essere da sola. Le sofferenze, se a volte le condividi con gli altri, ti danno un senso di leggerezza. Abbiamo tanti progetti insieme, come quello delle scuole, perché siamo due mamme che portano le voci di Laura e Giordana. Le porteremo sempre perché ci fa stare bene. E così ha un senso la morte delle nostre figlie, perché stare a casa non ha senso, sarebbe un’autodistruzione».

sonialafarinanews.it si unisce alla lotta contro il femminicidio, per dar voce a donne che, come te, hanno sofferto: cosa vuoi dire a chi è vittima di soprusi da parte degli uomini, ma spesso non ha il coraggio ribellarsi?

«Io voglio dire alle donne di aver la consapevolezza che chi ci manca di rispetto con le parole, con i gesti, con le botte, con la denigrazione, è una persona violenta e pericolosa.

Bisogna avere consapevolezza e uscirne fuori senza tornare mai indietro. Perché ci meritiamo una nuova vita. L’associazione nasce per questo, non è un centro antiviolenza, io do solo il supporto del dialogo e faccio rete con i centri antiviolenza, lo faccio con piacere, e il giorno che deciderò di occuparmi direttamente delle donne, lo farò perché sono sicura di poterlo fare. Io ho solo la competenza del dolore. Solo quella».