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Valentina Salamone: la sua storia. Anniversario di morte della 19enne uccisa nella villetta di Adrano

Valentina Salamone: la sua storia.

Oggi è l’anniversario di morte di Valentina Salamone, la 19enne uccisa 9 anni fa da Nicola Mancuso, 33enne con il quale aveva avuto una relazione.

Sono trascorsi 9 anni e proprio poche settimane fa la Corte d’Assise di Catania ha condannato Nicola Mancuso all’ergastolo. Riconoscendolo colpevole dell’omicidio di Valentina, trovata morta in una villetta di Adrano. Continua a leggere

“FINCHÉ IO DARÒ LA VOCE A MIA FIGLIA, LEI NON MUORE”: GIOVANNA ZIZZO E IL RICORDO DELLA PICCOLA LAURETTA

Gli occhi. Sono stati gli occhi a colpirmi durante quella che più che un’intervista è stata una chiacchierata tra donne. Occhi buoni e dolci, ma tristi. Occhi di una donna che conosce il vero dolore.

Una donna forte, ma fragile allo stesso tempo. Una donna “vittima di femminicidio”. Sì, perché anche se non è stata lei a morire, la parte più importante di lei non c’è più, se n’è andata. “Lui mi ha punito nel modo più atroce, lasciandomi in vita”, ti dice guardandoti con i suoi occhi profondi.

Stiamo parlando di Giovanna Zizzo, madre della piccola Laura Russo, uccisa il 22 agosto 2014 dal padre Roberto Russo. Sì, proprio il papà, colui che avrebbe dovuto proteggere la sua bambina.

E invece….

Sonialafarinanews.it apre la nuova rubrica DONNE con una lunga ed intensa intervista con Giovanna Zizzo, in ricordo della piccola Lauretta.

Giovanna, raccontiamo la tua storia, la storia di tua figlia Laura. Partiamo proprio dall’inizio.

«Io avevo chiesto semplicemente una piccola pausa da quel matrimonio che lui stesso aveva distrutto… Proprio le bambine avevano scoperto, tramite Facebook, una relazione del padre con un’amica, che durava da oltre 7 anni. Una delusione fortissima per me, perché pensavo che il mio matrimonio fosse perfetto. Tutto inizia il 21 agosto 2014. Ci eravamo trasferiti, come ogni  anno, in campagna dai miei genitori. Giorno 21, lui viene a prendere i bambini, portandoli giù in paese, perché vuole trascorrere una giornata con loro. Io rimango dai miei genitori. Trascorrono la giornata insieme, la sera li porta a cena fuori e dopo al parco giochi (cosa che non aveva mai fatto). Tornano a casa, mette le bambine a letto con lui (altra cosa che non aveva mai fatto), si guardano un film, si danno la buonanotte, ci diamo la buonanotte. Tutto in modo tranquillo. Poi alle 6 del mattino succede quello che è successo. Mio padre viene chiamato da un vicino di casa che gli dice di scendere perché è accaduto qualcosa a casa. Io chiamo i miei figli, ma non mi rispondono. Dopo un po’ mi risponde Emanuele, il più piccolo, e mi dice “mamma scendi subito perché papà ha fatto una cavolata”. Scendo in pochi minuti con la macchina, penso di tutto, ma non di trovare quello che ho trovato. Arrivata lì non riesco neanche a posteggiare, vedo da lontano tantissima confusione,  tantissime sirene. Lascio la macchina e inizio a correre a piedi. Incontro i miei fratelli e i carabinieri  che non mi fanno salire. Non riesco a capire cosa sia successo, chiedo e nessuno risponde, nessuno parla. Vedo gli operatori del 118 che scendono le scale con lui. Allora chiedo a lui cosa è successo… Ricordo che il comandante dei carabinieri mi dice “signora lasci perdere lui, pensi ai suoi figli”. E finalmente mi fanno salire. Ricordo quella scena incredibile, vedo tracce di sangue, impronte insanguinate sui muri (poi ho scoperto essere della manina di Marika che cercava aiuto fuori).  Non mi fanno entrare dentro casa, aspetto davanti la porta. Vedo affacciarsi i miei due figli maschi, Marika è già andata via in ambulanza, ma mi assicurano che sta bene. Dopo un po’ vedo uscire la mia Laura… è intubata, tutta bianca, voglio abbracciarla, ma non me lo permettono. Le dico solo “Laura apri gli occhi… cos’è successo…”».

In seguito all’omicidio di Laura, con sentenza del novembre 2018, la Corte d’Assise d’Appello ha disposto la condanna di Roberto Russo all’ergastolo. Adesso si attende il giudizio della Corte di Cassazione. Proprio tra pochi giorni. Che cosa ti aspetti?

«Intanto devo dire grazie perché Laura, fino ad oggi, ha avuto giustizia. Lui è stato condannato all’ergastolo. Abbiamo avuto al primo grado un pm eccezionale, la dottoressa Santonocito, che non smetterò mai di ringraziare, perché ha dato voce a Laura in tutti i modi. In secondo grado è stato riconfermato l’ergastolo. Adesso aspettiamo la Cassazione, il 18 luglio, sperando che venga riconfermato. L’unica cosa che mi fa sempre riflettere è il fatto che lui non abbia mai mostrato un segno di pentimento, neanche quando ha visto Marika alle udienze. Lui non ha mai chiesto perdono».

Roberto Russo non ha mai chiesto perdono. Spesso, in queste storie drammatiche, ci si domanda: “come ho fatto a non capire che persona avevo accanto?”. Ti sei posta anche tu questa domanda? Com’era Roberto in passato?

«Io dico sempre che accanto a noi avevamo un mostro e non ce ne siamo accorti. Nella seconda sentenza, oltre la premeditazione gli è stata attribuita anche la preordinazione. Lui ha calcolato tutto nei minimi particolari. Ha cercato i coltelli che erano nascosti, ha lasciato il bigliettino, ha voluto addirittura che le bambine si facessero un selfie con lui e che Marika lo pubblicasse con le parole che le ha detto lui. Ha pianificato tutto fino alle 3 di notte, fino a quando ha detto a mio figlio Emanuele, che non capiva perché il padre fosse ancora sveglio, “vai a letto che domani mattina vedrai”. Lo conoscevo da quando io avevo 13 anni e lui 16. Siamo cresciuti insieme. Non mi aspettavo potesse fare qualcosa del genere. Magari mi sarei aspettata che facesse del male a me, ma non alle bambine. Invece è stato molto più vigliacco, perché ha deciso di punirmi in un modo ancora più atroce, quello di lasciarmi in vita».

Giovanna, com’era la tua piccola Laura?

«Era una bellissima bambina e una ragazzina ancora undicenne piena di vita, con tantissimi sogni. A scuola la chiamavano la “peperina”. Lei chiamava i maschietti della sua classe “maschiacci”. Tornava da scuola e diceva “mamma ho un gran mal di testa, quei maschiacci oggi si sono portati la testa!”. Era una bambina dolcissima ed era un po’ la paladina della sua classe. Come compagno di banco aveva un ragazzino autistico e se ne prendeva cura. Se vedeva che qualcuno iniziava a fare il bulletto, lei si prendeva la questione senza aver paura di nessuno. Anche con le insegnanti, se una maestra la riprendeva, ma lei aveva ragione, non ci rimaneva indietro. Così era purtroppo anche col padre. E lui questa cosa non la digeriva. Aveva un carattere forte, era molto determinata. Voleva fare la veterinaria perché amava tantissimo gli animali. Gli piacevano in particolare i cavalli, voleva fare la cavallerizza. Questa era la mia Laura».

Com’è oggi la tua vita?

«Oggi la mia vita non è più una vita, è una sopravvivenza.  Quando ti succede una cosa simile ti cambia tutto, il dolore è così forte che ti toglie il respiro. Tra poco saranno 5 anni e ancora dopo 5 anni non me ne rendo conto. Quando c’è stata la prima sentenza, c’era Vera Squatrito (mamma di Giordana Di Stefano, vittima di femminicidio) con me e mi ha detto “Giovanna ce l’hai fatta”. Io in quel attimo ho sentito un vuoto ancora più grande e le ho detto “sì ce l’ho fatta, ma Laura dov’è?”. Tu stai aggrappata a qualcosa, come se ti dovesse tornare quel qualcosa che ti manca, lotti tutti i giorni, con determinazione, come se ti dovesse tornare qualcosa, ma poi ti rendi conto che non ti torna più nulla. E questo ti fa male. Io non posso pensare che non la vedrò più, io devo pensare che mia figlia la vedrò nuovamente. Una madre mette al mondo la propria creatura, la cresce con tanti sacrifici e poi le viene strappata così. In quel modo atroce. Non si può sopravvivere alla morte di una figlia, è contro natura. Io penso che una madre, quando un figlio viene a mancare per un incidente o per una malattia, forse un minimo di rassegnazione la trova. Ma il sapere che mia figlia è morta per dare un castigo a me, perché lui dichiara questo, è un peso enorme che mi porto. Anche se i miei figli mi dicono sempre che non ho alcuna colpa. E poi se mi soffermo a pensare a quegli attimi, a ciò che ha vissuto lei in quei momenti, quando è stata colpita la prima volta, la seconda volta, quando ha visto che era il padre che la colpiva. Quando penso a quello che hanno visto i miei figli… Marika mi racconta che Laura è riuscita a fare un urlo forte, svegliandola, e che ha chiamato proprio il papà. Ma lui ha continuato a colpirla, ha finito con Laura e ha cominciato con Marika. Un mostro. Io penso “come fanno questi ragazzi ad andare avanti?” Io prendo la forza dalla loro forza. Penso a loro: ho accanto ancora 3 figli, tra cui una ragazza che è sopravvissuta. Loro hanno bisogno della loro mamma».

Il tuo ex marito, infatti, oltre ad aver ucciso Laura, ha ferito gravemente l’altra vostra figlia, Marika. Ti senti di parlare di lei?

«Marika è una ragazza bellissima di quasi 19 anni. Quest’anno ha conseguito la maturità. Ha una forza incredibile. Io all’inizio ero troppo protettiva, avevo paura di qualsiasi cosa. Ma un giorno lei mi ha detto “mamma lasciami vivere perché io so cosa vuol dire morire”. Da quelle parole ho capito che la dovevo lasciare vivere veramente. È una piccola donna adesso, che dà coraggio agli altri, aiuta tantissimo i ragazzi della sua età. È eccezionale la mia Marika. E anche i miei figli maschi sono eccezionali».

Ci vuoi raccontare qualcosa di loro?

«Andrea si sente un po’ in colpa, perché non è riuscito a salvare la sorella. Lui era vicino al padre e non ha capito ciò che voleva fare. Si ricorda di aver tenuto la sorellina in braccio tutto il tempo e di aver implorato Dio di salvarla.

Emanuele è stato quello che ha pianto meno e che ha dentro molto rancore. Io ho ancora tanta paura per loro. Per questo lotto affinché quel mostro rimanga in carcere, lo Stato mi deve aiutare, perché ho 3 figli da proteggere. Non so quale potrebbe essere la loro reazione se un giorno lui dovesse uscire. All’epoca erano ragazzi ma oggi sono uomini. Se io oggi se vado nelle scuole, parlo con i ragazzi, lo faccio anche per i miei figli, per far capire loro che bisogna trasformare quel dolore in qualcosa di positivo. Un messaggio positivo per i ragazzi. Quello che dico sempre è che ognuno di noi ha il diritto di vivere la vita come vuole e nessuno può decidere della vita altrui».

Nel corso di questi anni hai conosciuto Vera Squatrito, mamma di Giordana Di Stefano vittima, anche lei, di femminicidio. Una bellissima amicizia la vostra. Ci racconti com’è nata?

«Il primo anno io mi stavo annientando, non riuscivo a stare lontana dalla lapide di Laura, andavo la mattina fino al pomeriggio. Un giorno uscendo dal cimitero, in macchina la radio ha dato la notizia di Giordana. Sono scoppiata in lacrime, per quella ragazza trucidata, ma anche per quella mamma. Ho sentito il bisogno di abbracciarla. Pensavo a lei che stava vivendo il mio stesso dolore. E allora ho chiamato un amico e gli ho chiesto di conoscere quella mamma, solo per un abbraccio. E così è stato. Ci siamo incontrate 20 giorni dopo la morte di Giordana, lei aveva già aperto la petizione per la pena certa, ci siamo affiancate e abbiamo fatto di tutto. Ancora siamo insieme e lottiamo tutti i giorni. Gridiamo tutti i giorni».

Insieme infatti avete intrapreso innumerevoli iniziative contro la violenza sulle donne. Quali possiamo ricordare e quali saranno le prossime?

«Abbiamo iniziato con la raccolta firme, poi con diversi eventi duranti i quali portiamo la nostra testimonianza. Nel 2016, in occasione del compleanno di Lauretta, ho chiesto al comune di Trecastagni di fare una fiaccolata. Loro me l’hanno accordata subito. Abbiamo fatto questa fiaccolata e ci hanno fatto una sorpresa: la prima panchina rossa dedicata a Laura e Giordana. Da lì è partita la campagna di sensibilizzazione: siamo state nelle scuole, in diversi comuni, abbiamo presenziato oltre 150 panchine rosse. L’ultima è stata fatta a Pordenone, dove abbiamo incontrato le mamme di due ragazze vittime di femminicidio. A settembre ricominceremo. Non ci possiamo fermare».

sonialafarinanews.it si unisce alla lotta contro il femminicidio, per dar voce a donne che, come te, hanno sofferto: cosa vuoi dire a chi è vittima di soprusi da parte degli uomini, ma spesso non ha il coraggio di ribellarsi?

«Il messaggio che voglio dare è quello di non avere paura. Oggi ci sono tantissime associazioni che aiutano le donne. Io non ho avuto nessuno accanto, nemmeno dopo e il dopo è fatto di silenzi. Oggi si grida molto, si parla tantissimo. A volte dico a Vera “forse è anche grazie a noi se oggi molte donne hanno preso coraggio”. Per me, la cosa più importante è sensibilizzare i giovani, perché il futuro parte da loro, perché questi ragazzi saranno gli uomini di domani. Io voglio sensibilizzare i ragazzi e lo farò nel nome di Laura, perché, finché io darò la voce a mia figlia, lei non muore. Laura è qua».

“QUELLA NOTTE MIA FIGLIA PERDE LA VITA IN MANIERA DISUMANA: 48 COLTELLATE, DATE SENZA INFLIGGERE LA MORTE, CON L’INTENZIONE DI ANNULLARE LA SUA IDENTITÀ”: VERA SQUATRITO E IL RICORDO DI SUA FIGLIA GIORDANA

A prima vista traspare tutta la sua forza, la sua determinazione, la sua voglia di gridare. Una donna dall’impatto forte e deciso, forse dovuto anche al colore rosso del suoi capelli, che tanto ricordano la figlia.

Ma se poi ti soffermi a guardarla negli occhi, a parlare con lei, non puoi non scorgere la sua sensibilità, la sua dolcezza. E anche la grande sofferenza che si porta dentro. È la sofferenza di una mamma che ha perso la figlia nel modo più atroce. Una figlia uccisa da colui che diceva di amarla. Uccisa, senza pietà, con 48 coltellate.

Sonialafarinanews.it prosegue la nuova rubrica DONNE con una lunga ed intensa intervista con Vera Squatrito, in ricordo della bellissima Giordana Di Stefano, uccisa il 7 ottobre 2015 dall’uomo che amava, il padre della sua bambina.

Vera, raccontiamo la tua storia, la storia di tua figlia Giordana, partendo dalla notte del 7 ottobre 2015 in cui tutto ha avuto inizio. Cos’è accaduto quella terribile notte?

«Giordana era fidanzata con Luca Priolo dal 2010 e quella notte è stata la parte finale di anni di violenza che mia figlia ha subito. Giordana lo aveva già denunciato dopo 2 anni di fidanzamento per persecuzioni, violenza verbale e violenza psicologica. La violenza fisica, invece, l’ho scoperta al processo, dopo che l’ha uccisa. Giordana quella notte non rientra a casa, è in ritardo e io chiaramente comincio a chiamarla al cellulare. Non mi risponde e capisco che qualcosa non va. Esco di casa e inizio a cercarla. Non la trovo e allora mi reco a casa di Luca Priolo. Trovo sua madre, serena e tranquilla, e mi dice che suo figlio dormiva. Insisto per entrare, perché non le credo, e infatti suo figlio non c’era. Chiamo i carabinieri, perché sono certa che lui le ha fatto del male. Infatti… Quella notte mia figlia perde la vita in maniera disumana: 48 coltellate, 8 in viso e 40 sul corpo, date senza infliggere la morte, con la premeditazione di farla soffrire, con il gesto dello sfregio, con l’intenzione di annullare la sua identità».

Giordana è morta nel 2015, ma già nel 2013 infatti, aveva sporto querela contro il suo ex compagno per il reato di stalking. Com’era il rapporto tra tua figlia e il ragazzo? Che tipo di comportamento aveva quest’ultimo?

«Lui apparentemente sembrava un principe azzurro, un ragazzo perbene e di buona famiglia. Ma il tempo mi ha fatto capire che tipo di persona era. Priolo era un ragazzo che utilizzava spesso le parolacce contro mia figlia, la seguiva, la perseguitava. La chiamava continuamente, stava sempre ad osservare ciò che faceva. Addirittura, ho scoperto un app nel telefonino, che le aveva regalato per il compleanno, che serviva a controllare la vita di mia figlia. Una spia a tutti gli effetti. Quando è nata la bambina lui non la voleva, infatti quando mia figlia è rimasta incinta, lui le aveva imposto di abortire. E questo è stato il segnale che più mi ha fatto capire che persona fosse. Lui ha cambiato mia figlia. Nel modo di essere, nel modo di fare, nel modo di vestire. Giordana stava spesso a casa, si denigrava da sola, si diceva lei stessa che era una poco di buono, perché lui l’aveva convinta che lo fosse, perché a 16 anni aveva avuto una figlia. Lui è riuscito a farle credere che era una nullità. È stata una violenza psicologica devastante. Ma lei ne era troppo innamorata, sperava di cambiarlo. Ma certi uomini non cambiano. Una sera Giordana ha avuto davvero paura, perché lui è entrato di nascosto in casa. Ha avuto paura per la bambina. Da quel momento ha capito che era un ragazzo pericoloso. Ha sporto denuncia, ma, nei due anni successivi alla querela per stalking, non è accaduto nulla. La magistratura ha purtroppo sottovalutato quello che era il contenuto della denuncia. Oggi purtroppo si parla di violenza solo se è fisica, solo se è visibile. Quella invisibile, che è dentro l’anima della donna, spesso non viene riconosciuta. Questo provoca il femminicidio nel tempo: non sono solo le botte che portano al femminicidio, ma un insieme di violenze che spesso che non vengono riconosciute».

In seguito all’omicidio di Giordana, con sentenza del gennaio 2019, la Corte d’Assise d’Appello ha confermato la condanna di Luca Priolo alla pena di anni 30 di reclusione. Adesso si attende il giudizio della Corte di Cassazione. Che cosa ti aspetti?

«In primo grado è stato condannato a 30 anni, confermati in appello. Il 21 novembre si pronuncerà la Cassazione. Il processo per stalking continua, avevano tentato di chiuderlo. Io ho lottato tantissimo per farlo andare avanti, perché la denuncia per stalking è l’unica voce di mia figlia ed è giusto che venga ascoltata e valutata. Ed è giusto che venga condannato anche per stalking e per persecuzioni».

Vera, com’era la tua piccola Giordana?

«Giordana è sempre stata una ragazza molto gioiosa e sorridente. Anche nei periodi peggiori, lei rideva per mascherare, con questo suo modo di fare, il suo malessere. Lei amava moltissimo la vita e la danza. Amava tantissimo sua figlia, l’ha voluta con tutta se stessa, ha affrontato tutti i pregiudizi della gente. Aveva 15 anni, andava a scuola ed era incinta. Io e l’altra mia figlia Erika  abbiamo vissuto questa gravidanza in maniera meravigliosa, l’abbiamo supportata e sostenuta. Giordana era una ragazza sensibile, ma anche determinata, se aveva un obiettivo lo doveva raggiungere. Lei credeva molto nelle sue idee e cercava sempre di realizzarle».

Tua figlia ha lasciato una bambina che all’epoca dell’omicidio aveva 4 anni. Asia.

La piccola è figlia anche di Priolo, l’uomo che le ha tolto la figura materna. Come ha vissuto la bambina questi anni e come sta oggi?

«Purtroppo questi bambini, che sono invisibili allo Stato, soffrono moltissimo perché hanno subìto un trauma terribile. Asia ha vissuto la violenza del padre nei confronti della madre e, da un giorno all’altro, non ha visto più la sua mamma. La bambina ha vissuto il trauma della perdita, dell’abbandono, perché chiaramente a 4 anni non può elaborare la morte. Per lei è stato ed è ancora un periodo difficile. Questi bambini hanno tanto bisogno di sicurezza, di sostegno psicologico, perché si sentono diversi dagli altri. Anche l’approccio con la scuola è complicato, perché Asia non ha mamma e papà, mentre i suoi compagni sì. A lei è stato spiegato quello che è successo, ma lo ha elaborato da sola nel tempo. Circa un anno fa ha avuto la certezza di chi ha fatto del male a sua madre, è stata lei a chiedermelo e io l’ho confermato. Io non dico bugie ad Asia, perché per me è importante che lei sappia la verità e che si sappia difendere dall’assassino, da quel mostro di suo padre, quando un giorno uscirà dal carcere. Io vorrei fare di lei una donna forte, voglio che ami, che sappia amare nel modo pulito, che abbia fiducia negli uomini, quelli buoni, e che sappia riconoscere quelli cattivi».

Com’è oggi la tua vita? Qual è la missione della tua associazione “Io sono Giordana”?

«La mia vita ormai è cambiata. Sono cambiata io sia esternamente, che, soprattutto, intermente. La mancanza di mia figlia mi logora giornalmente. Cerco di superarla attraverso la mia missione, attraverso l’associazione “Io sono Giordana”, che ho fondato in nome di mia figlia. In questi 3 anni e mezzo, ho vissuto accanto a donne che subiscono violenza, accanto a mamme che hanno visto, come me, uccidere le figlie. E ho capito che, oggi, ancora non abbiamo i mezzi per salvare concretamente queste donne. La Regione dovrebbe attivare dei fondi per dare aiuto concreto alle donne vittime di violenza, per aiutarle ad uscire da quel contesto di violenza, perché a volte le donne non riescono ad andarsene perché non hanno un lavoro e una loro autonomia. Io sto lavorando tantissimo per avere questi fondi per le donne. E voglio lavorare anche sui fondi per i minori. L’associazione “Io sono Giordana” è stata ricevuta, insieme a Giovanna Zizzo, dal ministro Bonafede. Abbiamo parlato della legge per i minori, ma anche della legge sullo stalking: abbiamo chiesto di inserire le perizie sui maltrattanti prima che ammazzino e non dopo. Per valutare la pericolosità del soggetto e fino a che punto può arrivare la rabbia, perché non serve a nulla valutarla alla fine. Abbiamo parlato degli sconti carcerari: noi lottiamo contro una legge che garantisce tutto agli assassini ma nulla alle vittime. Dobbiamo combattere con gli sconti carcerari che mettono gli assassini in libertà con molta facilità. Questi sconti mancano di rispetto alla dignità della vittima e della famiglia. L’anno solare di un carcerato non è di 12 mesi ma di 9. Per noi sono 12 mesi. E inoltre, dopo 10 anni, hanno il diritto di chiedere la libertà anticipata. È assurdo. Si deve avere rispetto, per dare la possibilità a noi, a chi resta, di elaborare che queste persone ce le ritroveremo dietro le spalle. Persone che possono farci ancora del male».

Hai paura per Asia?

«Sì, ho paura per mia nipote, perché il processo mi ha dato la chiarezza di quanto lui sia pericoloso. Lui quella sera era armato di coltello e pistola. È una persona spietata e oggi più che mai sono convinta che la sua rabbia aumenterà ancora, sono convinta che farà ancora del male e ho paura per mia nipote, perché lei è il frutto di mia figlia Giordana che lui ha odiato, che lui ha ucciso. Ho paura che quando crescerà, lei non ne vorrà sapere di lui e lui le farà del male. Ma io non lo permetterò. Questa volta non lo permetterò. Se ho sbagliato con mia figlia (e questo è un peso che mi porto dentro, perché non sono riuscita a proteggerla, non sono riuscita a capire fino a che punto poteva arrivare), oggi non gli farò distruggere la vita di Asia».

Tu hai anche un’altra figlia, Erika. Era molto legata alla sorella. Come ha vissuto questi anni e come sta oggi?

«Ho un’altra figlia che ha bisogno di me, che ha bisogno di essere supportata nel suo percorso di vita doloroso. Erika non ha più una sorella, non ha più la sua Giordana con la quale condivideva tutto. I loro 4 anni di differenza ormai si erano annullati e la danza le aveva unite. Oggi si ritrova da sola. Eravamo tutte e tre molto unite, siamo cresciute insieme, noi tre. Oggi, noi due ci sosteniamo nel dolore, piangiamo e ridiamo insieme, nel ricordo Giordana. E così si sopravvive».

Nel corso di questi anni hai conosciuto Giovanna Zizzo, mamma di Laura Russo vittima, anche lei, di femminicidio.

Una bellissima amicizia la vostra. Ci racconti com’è nata?

«È nata poco dopo la morte di Giordana. Lei mi ha voluto incontrare e abbracciare ed è stato un momento importante, perché è stata la consapevolezza di non essere da sola. Le sofferenze, se a volte le condividi con gli altri, ti danno un senso di leggerezza. Abbiamo tanti progetti insieme, come quello delle scuole, perché siamo due mamme che portano le voci di Laura e Giordana. Le porteremo sempre perché ci fa stare bene. E così ha un senso la morte delle nostre figlie, perché stare a casa non ha senso, sarebbe un’autodistruzione».

sonialafarinanews.it si unisce alla lotta contro il femminicidio, per dar voce a donne che, come te, hanno sofferto: cosa vuoi dire a chi è vittima di soprusi da parte degli uomini, ma spesso non ha il coraggio ribellarsi?

«Io voglio dire alle donne di aver la consapevolezza che chi ci manca di rispetto con le parole, con i gesti, con le botte, con la denigrazione, è una persona violenta e pericolosa.

Bisogna avere consapevolezza e uscirne fuori senza tornare mai indietro. Perché ci meritiamo una nuova vita. L’associazione nasce per questo, non è un centro antiviolenza, io do solo il supporto del dialogo e faccio rete con i centri antiviolenza, lo faccio con piacere, e il giorno che deciderò di occuparmi direttamente delle donne, lo farò perché sono sicura di poterlo fare. Io ho solo la competenza del dolore. Solo quella».

ERGASTOLO. LA CORTE DI CASSAZIONE CONFERMA L’ERGASTOLO PER ROBERTO RUSSO, ASSASSINO DELLA FIGLIA LAURA RUSSO

Ergastolo. La Corte di Cassazione conferma l’ergastolo per Roberto Russo, assassino della figlia Laura Russo.
È proprio Giovanna Zizzo, mamma della piccola Lauretta, a comunicarci l’esito di una sentenza tanto attesa. E lo fa in una diretta, insieme alla famiglia e all’amica Vera Squatrito (mamma di Giordana Di Stefano, anche lei vittima di femminicidio), che non l’hanno mai abbandonata.
Ergastolo. Una parola, tanti significati. Una parola che racchiude anni di sofferenze, ma anche di lotte. Una parola che rende giustizia ad una piccola bambina che meritava di vivere.

<<Mia piccola stella hai vinto.. abbiamo vinto.. Non tornerai più da me e questo mi DISTRUGGE… la consapevolezza che non è cambiato nulla.. Ma è giusto così.. Festeggia con tutti gli angeli del paradiso e dammi sempre la tua forza per sopravvivere al mio di ERGASTOLO del dolore.. TI AMO LA TUA MAMY>>, Giovanna Zizzo.
Sonialafarinanews.it abbraccia Giovanna e tutte le vittime di questa terribile storia.

«MI SENTO PIÙ SERENA, PERCHÉ LA GIUSTIZIA TERRENA C’È STATA. PERÒ MI SENTO VUOTA, PERCHÉ LA MIA BAMBINA NON TORNA». INTERVISTA A CUORE APERTO CON GIOVANNA ZIZZO, A POCHE ORE DALLA CONDANNA DEFINITIVA, “ERGASTOLO”, ALL’ASSASSINO DI SUA FIGLIA LAURA

Oggi tutti parlano della condanna definitiva di Roberto Russo. Di come è andata la vicenda processuale in questi 5 anni. Della provvisionale per la famiglia.

Tutto in maniera tecnica e fredda.

Sonialafarinanews.it, con la rubrica Donne, decide di andare oltre tutto questo.

Ieri sera infatti la nostra redazione si è recata da Giovanna Zizzo e i suoi figli, riuniti in piazza Lucia Mangano, San Giovanni La Punta, con parenti e amici, per ricordare la piccola Lauretta.

 

Giovanna, raccontaci la giornata di oggi.

«La giornata di oggi è stata particolarmente stressante, pesante, dura, soprattutto è stato difficile ascoltare la difesa che in ogni modo cercava di appellarsi alla condanna che gli era stata già data. Per fortuna accanto ho avuto la mia famiglia e tanti amici. La mattina mi hanno fatto trovare un flash mob davanti la Corte di Cassazione, è stato bellissimo. Gli abbracci di quelle donne mi hanno dato un po’ di carica. A fine giornata è arrivata finalmente la sentenza. Da 5 anni aspettavamo questo momento. Certo, non ti cambia nulla…».

Infatti Giovanna, come ti senti adesso?

«Mi sento vuota. Mi sento più serena, perché la giustizia terrena c’è stata. Laura ha avuto giustizia. Però mi sento vuota, perché la mia bambina non torna. Ma penso che adesso bisogna andare avanti lo stesso, bisogna continuare a lottare sempre e comunque, mai abbassare la guardia perché io voglio veramente capire che cos’è l’ergastolo oggi in Italia. Non perché io non sia contenta, perché io so che l’ergastolo è fine pena mai, ma per il 41 bis, per i reati di mafia, voglio sapere se l’ergastolo per i reati come quello di Laura sono veramente ergastolo. Oppure fra 10 anni me lo ritrovo fuori. Sono stata lasciata sola prima, ma adesso pretendo che lo Stato si prenda cura di me e dei miei figli. Ci deve cautelare in qualche modo. Lui non sta bene, non lo metto in dubbio, ma se ne devono prendere cura in carcere. Solo questo».

Stasera siamo tutti qui riuniti per ricordare Lauretta.

«Sì, la maggior parte delle persone qui accanto a me sono insegnati di Laura, amici di famiglia, amici di Facebook, che mi fanno sentire che mi sono sempre vicini. Vederli qua e ricevere il loro abbraccio è un’altra vittoria e una boccata d’ossigeno che mi dà la forza di andare avanti e di pensare soprattutto che non è stato perso tutto quello che abbiamo fatto fino adesso».

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